Missione Cattolica Italiana Karlsruhe
Missione Cattolica Italiana Karlsruhe

Io credo!

Chiesa

di Maurizio Leuci

Chiesa,

spiegare cos'è, cosa significa, sembra una cosa difficile.

Ho cercato di approfondire con delle ricerche per poi arrivare alla conclusione che Chiesa non è il luogo, il posto dove c'è qualcosa, insomma un "club" dove tutti i soci si incontrano.

Ma è così che intendevano i primi Cristiani?

Io credo di no.

Perchè chiesa non è un luogo ma una intera comunità, un gruppo di persone che fanno ciò che hanno imparato dalle parole di Gesù. Infatti Lui stesso ha detto che "dove due o pi sono uniti nel mio nome lì sono in mezzo a loro".

E quel "lì sono" non è domani o chissà quando, ma in quel momento. Quindi chiesa non è l'edificio, ma l'insieme di persone che amano e nell'edificio, uniti nel Suo nome,  parlare direttamente a Lui.

A quel Dio che non si vede ma è lì, proprio lì in mezzo ad ascoltare le nostre preghiere, le difficoltà e le nostre felicità.

Fides et Ratio

di Juri De Coi

Con questo breve scritto apriamo la serie di articoli, di estensione non maggiore, che verranno a formare quella che, un poco pomposamente, potremmo definire la “sezione culturale” del sito Web della Missione Cattolica Italiana di Karlsruhe.

 

Ho aderito di buon grado all’invito di don Antonio a partecipare a questa iniziativa in quanto essa mi consente da un lato di partecipare in altra forma alle attività della Missione, dopo che il recente trasloco mi ha impedito di frequentare regolarmente ed accompagnare all’organo la Messa domenicale. Dall’altro lato la redazione di questi testi mi permette di appuntare pensieri e riflessioni attinenti agli ambiti più disparati che vado ruminando da un certo tempo ma ai quali non ero finora riuscito a dare forma scritta.

 

Con poche eccezioni, debitamente segnalate, le mie competenze non mi consentiranno di trattare con sistematicità (e forse neppure correttezza) la maggior parte dei temi che affronterò all’interno di questa rubrica. Probabilmente l’atteggiamento più indicato per un lettore di queste mie poche righe consiste in una miscela di curiosità e spirito critico. È la curiosità che ha suscitato il mio interesse per gli argomenti che tratterò di volta in volta ed è questa curiosità che i miei scritti vorrebbero instillare nell’eventuale lettore, al cui spirito critico si demanda la verifica del loro contenuto, magari con l’ausilio dei rimandi forniti all’uopo.

 

Il tema che ho scelto per questo primo contributo riguarda i rapporti tra fede e ragione, argomento che mi pare indicato tanto per la mia formazione sostanzialmente scientifica quanto alla cornice entro cui il suo svolgimento verrà a collocarsi. È opportuno precisare che con “ragione” intenderò nel seguito quella di cui si avvalgono in modo particolare gli scienziati e che permette tanto a loro quanto a chiunque intenda farsene uso di derivare conseguenze a partire

da premesse date. Per chiarire, non intendo con “ragione” il buon senso che mi suggerisce di prendere l’ombrello quando piove, bensì il meccanismo deduttivo (inferenziale) che mi consente di concludere in maniera logicamente inoppugnabile che Luca prenderà l’ombrello, una volta che si sia convenuto che: (i) piove; e (ii) Luca prende sempre l’ombrello quando piove.

 

Buona parte del lavoro di uno scienziato consiste nell’effettuare deduzioni secondo meccanismi simili a quello testé esemplificato (e un’altra buona parte nell’identificare le premesse a partire dalle quali effettuare tali deduzioni). Così ad es. un matematico, a partire dalle proprietà basilari dei numeri naturali, può giungere, mediante catene di deduzioni di lunghezza arbitraria, a dimostrare l’ultimo teorema di Fermat.

 

Persone più dotte (e faconde) di me hanno versato fiumi d’inchiostro per sostenere o rigettare la tesi della compatibilità tra fede e ragione. In questa sede vorrei accennare un argomento a favore al quale forse non è stato finora dedicato molto spazio. Detto argomento si basa su di un risultato teorico noto come Primo teorema di incompletezza di Gödel che si applica anche alla cosiddetta “matematica elementare” che conosciamo tutti.

 

Come descritto poco sopra, tra i compiti del matematico che si trovi a lavorare nell’ambito della matematica elementare rientra l’attività di trarre conclusioni a partire dalle proprietà dei numeri naturali. Esempi di tali conclusioni sono asserzioni del tipo “esiste un numero infinito di numeri primi” (Teorema dell'infinità dei numeri primi) oppure “ogni numero pari maggiore di 2 può essere scritto come somma di due numeri primi” (Congettura di Goldbach).

 

Si potrebbe essere portati a ritenere che, per ogni asserzione concernente i numeri naturali del tipo di quelle di cui sopra, esista una catena di deduzioni che permetta di dimostrarne la verità o la falsità. Al contrario, il primo teorema di incompletezza di Gödel mostra (tra l’altro) l’erroneità di questo assunto intuitivo: in altri termini, esistono asserzioni concernenti i numeri naturali (e la congettura di Goldbach potrebbe essere una di queste) che è impossibile tanto dimostrare quanto confutare a partire dalle proprietà basilari dei numeri naturali. Ciò significa né più né meno che il metodo deduttivo, che è strumento principe della scienza, non è in grado di individuare tutta la verità neppure all’interno del campo di indagine che gli è proprio (non appena questo soddisfi determinati requisiti su cui soprassediamo ma che potrebbero essere

impugnati contro questa argomentazione).

 

Poiché il primo teorema di incompletezza di Gödel non è meno scientifico (ad es.) del teorema dell'infinità dei numeri primi, essendo entrambi il risultato di una catena di deduzioni, esso costituisce una dimostrazione scientifica dell’incompletezza della scienza, ovvero della sua incapacità di condurci al “cuore inconcusso della ben rotonda verità” (DK 28 B 1) o alla “verità tutta intera” (Gv 16,13) secondo le parole di Parmenide o del quarto evangelista.

 

È possibile che questo risultato non impressioni particolarmente il lettore, se gli argomenti trattati in questo articolo non rivestono per lui una particolare importanza o se la conclusione cui siamo pervenuti gli era già nota per altre vie (ad es. per fede o intimo convincimento). Ma per lo scrivente la scoperta dei teoremi di Gödel ha costituito una vera e propria rivoluzione copernicana nell’elaborazione della sua propria gnoseologia, ora più disponibile a garantire maggiore autonomia alle discipline non scientifiche che fino ad allora aveva ritenuto degne di attenzione in proporzione alla loro predisposizione a diventare scientifiche (ovvero ad essere suscettibili di applicazione del metodo deduttivo).

 

Immagino siano pochi coloro che, paghi di sapere di non (poter) sapere, non ardiscano spingersi oltre le colonne d’Ercole delle verità razionalmente dimostrabili. Più numerosi è probabile siano quanti, insoddisfatti dei limiti del ragionamento scientifico, si rifugiano nella superstizione. Tra il credere a tutto o solo al minimo indispensabile si situa una terza via di cauta apertura verso posizioni indimostrabili accuratamente vagliate sulla base di argomentazioni non razionali e pur tuttavia pascalianamente ragionevoli. Esempi di tali aperture sono la convinzione di Russel che non vi sia alcuna teiera in orbita attorno al sole (in quanto non sarebbe ragionevole ipotizzare l’esistenza di entità che non potrebbero essere rilevate dagli strumenti più sensibili di cui disponiamo) o la decisione di Sant'Agostino di credere al Vangelo in base all’autorità della Chiesa cattolica.

 

Concludo riallacciandomi al tema di questo articolo, il rapporto tra fede e ragione, la cui compatibilità spero di aver mostrato almeno fintanto che i loro ambiti di indagine rimangono distinti: le verità cui può pervenire l’applicazione del metodo deduttivo per questa e le verità che ad esso sono precluse per quella.

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