Missione Cattolica Italiana Karlsruhe
Missione Cattolica Italiana Karlsruhe

Scienza e tecnologia

Glottoteti

di Juri De Coi

Era mia intenzione in questo articolo fornire un’introduzione generale alla matematica. Poiché tuttavia una tale introduzione avrebbe presupposto una conoscenza dei fondamenti della logica (matematica), decisi ben presto di dedicare questo contributo all’illustrazione di detti fondamenti. Infine mi sovvenne che l’ostacolo maggiore alla comprensione della logica matematica consiste nell’incapacità di distinguerla dalle forme di ragionamento adottate nel linguaggio e nella vita di tutti i giorni. Sono quindi pervenuto alla decisione di trattare in questo articolo dei linguaggi naturali, come può farlo un linguista dilettante che ad un linguista professionista non è degno di sciogliere i legacci dei sandali.


Affonteremo questo tema dalla prospettiva di un glottoteta, ovvero di colui che i linguaggi li inventa. Poiché Ethnologue riporta che le lingue attualmente parlate al mondo sono almeno 7.106 (senza contare i dialetti, la cui distinzione dalle lingue stricto sensu costituisce tuttora argomento di discussione tra i linguisti), alle quali potremmo aggiungere le lingue morte che ci sono sufficientemente note, è lecito domandarsi che cosa spinga un glottoteta ad inventarne ancora altre.

 

I motivi sono i più vari: nelle intenzioni di Zamenhof, l’esperanto avrebbe dovuto promuovere la democrazia linguistica in quanto strumento super partes per le relazioni internazionali. Alcuni scrittori (tra cui il più famoso è forse Tolkien) hanno messo in bocca ai loro personaggi linguaggi inventati per conferire maggiore realismo alla narrazione. Più esoteriche sono le motivazioni che inducono i linguisti a creare linguaggi con o senza determinate caratteristiche onde testare le loro ipotesi di lavoro.

 

Mettiamoci dunque nei panni di un glottoteta. Da dove potrebbe cominciare per inventare un nuovo linguaggio? Se il glottoteta è (come il sottoscritto) ingegnere informatico, non v’è dubbio che considererebbe questo compito non diverso dallo sviluppo di un sistema informatico e vi applicherebbe pertanto le metodologie dell’ingegneria del software che fanno parte del suo bagaglio culturale. Tali metodologie prescrivono che: (i) si chiarisca che s’ha da fare (analisi); (ii) si decida come farlo (progetto); (iii) lo si faccia (implementazione); e (iv) si verifichi quanto si è fatto (test).

 

Ai fini della presente discussione non è importante che il processo non sia lineare, come lascerebbe intendere la mia sommaria descrizione, bensì possa richiedere diverse iterazioni di una o più fasi (alcune delle quali ho peraltro tralasciato per semplicità). Ci interessa vieppiù sottolineare che, in relazione alla creazione di un linguaggio, la fase di analisi consiste nell’individuazione del suo potere espressivo, ovvero nella decisione riguardo a ciò che il linguaggio deve permettere di esprimere. Se poi vogliamo che l’espressività del linguaggio artificiale sia paragonabile a quella di un linguaggio naturale, la fase di analisi viene ad identificarsi con l’indagine sul potere espressivo dei linguaggi naturali.

 

Poiché non posso immaginare che i linguisti non si siano occupati di quest’ultimo tema, devo concludere che la mia ricerca è stata troppo frettolosa e superficiale. Ciò nondimeno non è stata infruttuosa poiché mi ha condotto a riscoprire il lavoro di Jakobson che avevo già incontrato durante i miei studi superiori. Pur non affrontando direttamente il problema dell’espressività dei linguaggi naturali, Jakobson propone una classificazione delle funzioni che un linguaggio è (o deve essere) in grado di svolgere, fornendo in tal modo un quadro di riferimento generale: (i) entro cui posizionare le capacità espressive di un linguaggio; e (ii) che, inducendo il ricercatore a focalizzare l’attenzione di volta in volta sull’una o l’altra funzione, può stimolarne l’individuazione di dette capacità espressive.

 

La classificazione di Jakobson si basa sulle variabili (o elementi costitutivi) dell'atto linguistico, come individuati da Shannon e Weaver: affinché si possa parlare di “comunicazione” è necessario che:

  • qualcosa (il messaggio) venga trasmesso da qualcuno (mittente) a qualcuno (destinatario);
  • la trasmissione abbia avuto successo (ovvero non si siano verificati problemi in relazione al canale di trasmissione); e
  • il destinatario sia in grado di interpretare correttamente il modo in cui il messaggio è stato formulato dal mittente (ovvero che il codice del messaggio sia noto ad entrambi).

Infine la trasmissione ha luogo all’interno di un contesto cui il messaggio può fare riferimento. Il messaggio realizza in maniera più o meno marcata l’una o l’altra funzione linguistica in base al ruolo che la variabile corrispondente riveste al suo interno.

 

Ora che il quadro di riferimento ci è noto, sta a noi utilizzarlo per individuare il potere espressivo dei linguaggi naturali e, di conseguenza, i requisiti di espressività che il nostro linguaggio artificiale dovrà soddisfare. Per esempio, in quali casi un messaggio realizza la funzione emotiva (ovvero, in quali casi il mittente riveste al suo interno un ruolo particolarmente marcato)? Per lo meno quando viene utilizzata la prima persona e soprattutto allorché il messaggio esprime il punto di vista del mittente riportandone pensieri, impressioni, desideri, aspirazioni… Il glottoteta apprende da queste riflessioni che il linguaggio di sua creazione dovrà permettere quanto meno di: (i) identificare la prima persona; ed (ii) esprimere realtà soggettive come percepite dai mittenti.

 

È chiaro che questo articolo ha appena approcciato il problema di individuare il potere espressivo dei linguaggi naturali. Benché ragioni di spazio mi impongano di rinviare una disamina più approfondita ad un eventuale contributo futuro, mi preme sottolineare come anche solo le capacità espressive individuate finora superino di gran lunga l’espressività della logica dei predicati del primo ordine su cui, come vedremo prossimamente, gran parte della matematica si basa.

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