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Terza pagina

Note di estetica

di Juri De Coi

Qualche giorno fa ha avuto luogo il concerto degli alunni (tra gli altri) di mia moglie che, come tutti gli insegnanti di musica, è stata invitata ai festeggiamenti susseguenti. Nonostante l’invito non si estendesse ai partner dei docenti, mi sono imbucato alla cena che ho trascorso, come prevedibile, seduto al tavolo con mia moglie ed i suoi colleghi. Ciò mi ha permesso di scambiare con altri musicisti opinioni riguardo alla musica e all’arte in generale. È mia intenzione riportare in questa sede il risultato di tali riflessioni, che vanno quindi prese per quello che sono: discussioni conviviali senza pretese che hanno trovato la loro via verso il Web.

Un buon punto di partenza per un tema di estetica è probabilmente il concetto di “arte”, che un tempo definivo sbrigativamente come “ciò che diletta i sensi”. La definizione è sufficientemente generale da includere discipline (come cucina e profumeria) che, a mio parere ingiustamente, non siamo forse abituati ad associare all’idea di “arte”. Essa inoltre ricopre attività che coinvolgono uno o più sensi (ad es. musica e pittura da un lato, balletto e Wort-Ton-Drama wagneriano dall’altro). Purtroppo letteratura e poesia non sembrano essere ben rappresentate da una tale definizione, poiché appare chiaramente improprio attribuire l’intero piacere che deriva dalla fruizione di un testo letterario alla voce del lettore, soprattutto dacché l’evoluzione della punteggiatura ha reso la lettura ad alta voce (salvo debite eccezioni) un costume obsoleto.

Come secondo tentativo potremmo decidere di sostituire il termine “sensi” nella definizione precedente con il più generico “percezione”, se non fosse che incorreremmo nel problema opposto, dal momento che percepiamo molto più di quanto saremmo disposti a mettere in relazione con il concetto di “arte”. Mi conforta tuttavia apprendere che i filosofi contemporanei che si occupano di estetica sembrano orientarsi verso definizioni simili (cfr. il Manifesto del nuovo realismo).

Ulteriore elemento fondamentale nella definizione che veniamo elaborando è il concetto di “diletto”. Sembra intuitivo non riconoscere lo status di opera d’arte a lavori che, per gravi ed evidenti carenze strutturali, suscitino in noi un moto di ripulsa. Ma in che cosa deve consistere questo diletto? Può trattarsi del piacere effimero e affatto soggettivo che, per una concomitanza di fattori parzialmente casuali, ingenera in noi un’emozione indescrivibile che può assumere la forma del delirio di Stendhal?

Non lo escludo, ma nel seguito intenderò con “diletto” quell’esperienza eminentemente intellettuale che consiste nella comprensione di un’opera d’arte. Questa definizione non contempla pertanto sensazioni di appagamento, ammirazione o annichilimento che possono essere concomitanti ma indipendenti o (come è convinzione dello scrivente) conseguenza dalla stessa esperienza intellettuale, la quale potrebbe peraltro essere inconsapevole.

Cerchiamo di sviluppare ulteriormente la definizione: che cosa c’è da capire in un’opera d’arte? Trovo che il modo migliore di rispondere a questa domanda sia applicare all’arte la teoria delle funzioni linguistiche che ho richiamato nel mio articolo precedente. Se: (i) si intende l’opera d’arte come un messaggio inviato dall’artista (o dal gruppo di artisti) ad un destinatario che può essere romanticamente l’umanità, ma che storicamente si configurava più spesso come il committente; e (ii) si assume che il canale sia affidabile (e quindi non si verifichino errori nella trasmissione del messaggio); vi sono almeno due variabili su cui la nostra attenzione deve appuntarsi e la cui comprensione è prerequisito ineludibile per la piena fruizione dell’opera d’arte: il codice in cui è formulata ed il contesto entro cui viene a collocarsi.

Come la comprensione di un testo richiede una certa dimestichezza con la lingua in cui esso è scritto, e quindi la familiarità con le regole (grammaticali) che la governano e specificano come combinarne i costituenti fondamentali (le parole che ne compongono il lessico), allo stesso modo la comprensione di un dipinto o di un brano musicale sarà tanto più piena quanto più sviluppata è la conoscenza dei criteri in base ai quali suoni e figure possono essere combinati tra loro per realizzare un’opera d’arte.

Che poi detti criteri varino con i tempi, i luoghi e le occasioni ha a vedere con il contesto entro cui l’opera d’arte si situa: la conoscenza delle condizioni materiali e spirituali (come si viveva e pensava) in cui essa è venuta alla luce può illuminare alcune scelte di poetica dell’autore, ma anche chiarirci il significato ad es. del “mezzo del cammin di nostra vita” o del numero tre, onnipresente ne “Die Zauberflöte”.

Se pertanto l’opera d’arte si configura come il messaggio di una comunicazione tra artista e pubblico, è chiaro che, come una conversazione tra amici può risultare più o meno piacevole, così un’opera d’arte può piacere più o meno. Sensibilità diverse, incarnate in epoche e personalità diverse, hanno posto l’accento su diverse caratteristiche che renderebbero piacevole una conversazione (l’eventuale lettore è invitato a riflettere sulle sue preferenze e a trasporle in ambito artistico).

Una tale caratteristica può essere la varietà: una conversazione che si dilunghi per ore a trattare i medesimi argomenti è improbabile venga ritenuta piacevole. Si spiega così l’importanza dell’originalità nella produzione artistica, benché con modalità ed ampiezza diverse secondo le culture. E se è vero che originale non è ciò che non somiglia a nulla, bensì ciò che si differenzia da una tradizione pur sempre riconoscibile, è parimenti vero che a volte detta originalità si limita a variazioni (raffinate finché si vuole) su temi dati. È il caso dell’arte classica, ma anche delle fiabe (cfr. i lavori di Propp) e di buona parte dei film contemporanei, soprattutto di genere (chi non ricorda le regole per un film horror enunciate e via via aggiornate lungo la serie “Scream”?).

Concludo questi miei pensieri in libertà rivelando una personale preferenza, eventuamente da approfondire in un articolo autonomo: ho un debole per opere d’arte che istituiscono relazioni di qualunque tipo, vuoi al loro interno o con il contesto. Anche per questo motivo ho particolarmente gradito “An Instance of the Fingerpost”, in cui la medesima fabula viene narrata secondo i punti di vista di quattro personaggi che introducono nel racconto distorsioni più o meno deliberate. Per lo stesso motivo mi diverto a rincorrere le trasformazioni cui Schumann sottopone le sue cellule melodiche, non posso fare a meno di apprezzare i riferimenti incrociati che permeano i lavori di Escher e ho trovato il metacinema di “Rango” irresistibile.

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