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Attualitá

Papa Francesco invita a dire no alla mafia!

Una Riflessione sul discorso del Papa del 21 Giugno 2014 a Sibari

 

Di Don Antonio Federico

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Papa Francesco

«Quando non si adora Dio si diventa adoratori del male. La 'ndrangheta è adorazione del male. E il male va combattuto, bisogna dirgli di no. La chiesa che so tanto impegnata nell´ educare le coscienze, deve sempre di piú spendersi perché il bene possa prevalere. Per potere rispondere a questa esigenze, la fede ci puó aiutare.  I mafiosi sono scomunicati, non sono in comunione con Dio…Questo male va combattuto, va allontanato, bisogna dire di no. Noi Cristiani non vogliamo adorare niente e nessuno in questo mondo se non Gesú Cristo, che è presente nella Santa Eucarestia.». 
(Dal discorso di Papa Francesco  rivolto alle 250mila persone raccolte sulla piana di Sibari. Avvenire , 21 giugno 2014)

    

      Le Parole del Pontefice sono state percepite dal mondo politico e giuridico italiano come un messaggio “forte e chiaro”(Matteo Renzi, presidente del Consiglio, Twitter), come una “linea di separazione netta tra credenti e mafiosi” (Rosa Bindi, Presidente della Commissione parlamentare antimafia, Quotidiano della Calabria), come “una dichiarazione storica”. (Nicola Gratteri, procuratore aggiunto  presso il tribunale di Reggio Calabria, Quotidiano della Calabria).

 

      Per lo scrittore Marco Politi le parole di condanna del Papa rappresentano la richiesta  diretta ai vescovi, al clero, agli ordini religiosi e ai fedeli praticanti di recidere ogni legame con la mentalitá e il sistema mafioso: “(…)Papa Francesco – e intorno a lui i vescovi piú avvertiti – sanno che esiste tutta una vasta zona grigia in cui prosperano i Don Abbondio o quelli che voltano la testa dall´ altra parte. Un clero che sorvola su atteggiamenti mafiosi con il pretesto di non essere titolato a ergersi a giudice. Un mondo dove si chiedono favori o si accettano. Dove si chiudono gli occhi su sottili e quotidiane intimidazioni. Dove si confonde la cura pastorale delle anime smarrite con il silenzio complice. E´ su questi atteggiamenti che il Papa argentino intende incidere.” (Marco Politi, Una condanna che impegna la chiesa,  Il Fatto Quotidinano, 22 Giugno 2014).

L´appello del Papa viene avvertito per molti come un deciso cambiamento di rotta rispetto al passato e come un forte impulso a cambiare mentalità e comportamenti.

    

     “Belle le parole del Papa, ma non sono rivolte a noi. Noi siamo bravi cristiani. Noi non siamo in Italia!”, potrebbe pensare qualche italiano residente in Germania. E’ vero, il Pontefice ha espresso la sua condanna alla mafia in Italia, ma non si deve  dimenticare che  la questione mafiosa si è globalizzata e che anche in Germania essa ha messo le sue radici.

      Non si vede, non si tocca, ma c´è!  

 

      La scrittrice tedesca Petra Resky  descrive in uno dei suoi libri (Von Kamen nach Corleone. Die Mafia in Deutschland, Knaur Taschenbuch 2012) come in questi ultimi 40 anni la mafia italiana sia diventato un fenomeno diffusosi anche sul territorio tedesco.  Se la situazione è questa, l´ appello del Papa valica i confini dell´ Italia rivolgendosi direttamente ai cristiani di tutto il mondo e quindi anche ai cristiani che vivono in Germania.  

 

     Per comprendere in profonditá la scomunica pronunciata dal Papa nei confronti dei mafiosi dobbiamo  collegarla alle parole che seguono la scomunica: “Noi Cristiani non vogliamo adorare niente e nessuno in questo mondo se non Gesú Cristo, che è presente nella santa Eucarestia”. Il Papa fa un ragionamento semplice e diretto ed individua subito il nocciolo del problema: adorare Gesú Cristo, camminare con lui significa dire di no a satana e a tutte le sue seduzioni, il denaro, la vanitá, l´ orgoglio, il desiderio di potere, la violenza. Invece chi non dice di no a Satana e alle sue seduzioni adora il male e cio´ è segno di una profonda perversione della coscienza. I mafiosi hanno una coscienza perversa perché adorano il male e per questo sono scomunicati.  
    
    Per il Papa la mafia è dunque originata da una perversione della coscienza e come tale è descritta giá nel 1875, anche da Romualdo Bonfadini, deputato e senatore del regno d´Italia e presidente di una delle prime commissioni parlamentari che studiò il problema del Sud- Italia. Egli infatti definì la mafia come “lo sviluppo e il perfezionamento della prepotenza diretta ad ogni scopo di male”.

 

     Premessa questa definizione, la mafia sarebbe da considerarsi fondamentalmente come una corruzione “organizzata” dell´agire dell´ uomo, come una perversione della  coscienza umana che smarrisce il senso del bene, del vero, e del bello trasformandosi in un fenomeno culturale mafioso. 
Per spiegare la mafia la sociologia ha presentato vari modelli interpretativi,  che a seconda delle premesse è stata definita come un fenomeno etnico, come una cultura, una subcultura o addirittura, per la sua capacitá di diramarsi all´ interno di tutti i sistemi socio-culturali, anche come trans-cultura, o come una cultura del potere,  tuttavia, anche in questo contesto, al di là delle diverse definizioni, comune a tutte le interpretazioni sociologiche sembra essere la convinzione che il fenomeno culturale mafioso si caratterizzi come una perversione anzitutto individuale che poi si trasforma in una forza negativa, capace di sovvertire  valori umani e sociali  fondamentali generando  una vera e propria  anti - cultura che intenzionalmente riprogramma ogni azione, ogni relazione umana, in funzione di una affermazione del potere personale. 

    

     In tal modo la parola, i segni corporei (posizione del corpo, gesti delle braccia e delle mani, la mimica del volto e lo sguardo degli occhi), le relazioni umani in tutte le loro forme e a tutti i livelli, vengono intenzionalmente falsificate. Uno sguardo, un saluto, un complimento, un sorriso, la sola presenza fisica in un luogo, tutti elementi che oggettivamente appartengono alla normale vita di comunicazione di ogni giorno diventano veri e propri messaggi-minaccia per chi li riceve, se vengono fatte da individui, che incarnano l´anti-cultura mafiosa. 

    

     Questi messaggi-minaccia non si vedono, non si toccano, ma ci sono. Petra Resky così  li descrive: “… Lui mi chiese, se io avessi mai ricevuto una minaccia scritta. Ho tentato di rispondere, e volevo dire, che una minaccia mafiosa può essere uno sguardo, un saluto,  un complimento. Un veleno che ti viene instillato nel cuore e che non può essere provato” (Petra Resky, Von Kamen nach Corleone. Die Mafia in Deutschland, pag. 104). La stessa scrittrice descrive in un altro suo libro (Mafia, Von Paten, Pizzerien und falschen Priestern, Knaur Taschenbuch, München 2009, pag. 148) come viene utilizzata la presenza fisica e  un certo modo di guardare per esprimere un messaggio- minaccia ad esempio nei confronti di un prete che non vuole capire la volontà dei mafiosi:  “ Gli uomini d´ onore partecipano alle messe di quei preti che non vogliono capire – cosa insolita di per se´ dal momento che essi partecipano solo nelle solennità, poiché i boss non mostrano volentieri la loro religiosità pubblicamente – confessione e messe sono cose da donne. Tuttavia se non se ne poteva fare a meno, si sedevano in prima fila e fissavano il prete per tutto il tempo che fosse necessario, affinché il Prete capisse che deve fare richiesta di trasferimento in qualche missione estera. Se non voleva capire e se per caso incitava anche i giovani contro cosa nostra, allora sarebbe stato giustiziato con un colpo alla testa come Padre Puglisi a Palermo”.

    

     Attraverso i messaggi- minaccia, difficili da provare e da intendersi come manifestazione di volontá di potere, la mafia non solo è in grado di controllare la vita e le scelte delle singole persone, ma addirittura anche le strutture sociali piú  complesse, evidenziando la sua fame di potere: “La mafia è organizzazione, impresa. Si tratta di un sistema superorganizzato che per sopravvivere e crescere ha necessitá di interagire con il tessuto politico, amministrativo ed economico. Il tutto si realizza mediante uno scambio di servizi. La mafia mette a disposizione liquiditá e voti elettorali, il sistema legale, sensibile a questa offerta, ricambia con le concessioni di licenza, con l´ utilizzo di attivitá sulle quali investire ingenti capitali provenienti dai crimini, o favorendo strumenti che aiutano a realizzare quel processo attraverso il quale il denaro delle mafie sarebbe un ricavato inerte: il riciclaggio” (Stefano Pellegrini, Una mafia piú che mai impresa, Il Mulino, 22 marzo 2012). 

    

     Per i suoi aspetti pseudoreligiosi la mafia si connota inoltre anche come “una religione capovolta, sacralitá atea, scelta totalizzante, che pretende di trasformare e possedere l´ individuo (…) e per questo essa si pone in contrasto con la fede cristiana” (Vincenzo Bertolone, Arcivescovo di Catanzaro-Squillace, Scomunica. Contro le mafie viviamo da credenti in:  Avvenire, 12 Luglio 2014). La dimensione “totalizzante” della mafia è stata evidenziata anche da Falcone : (…) entrare a far parte della mafia equivale a convertirsi a una religione. Non si cessa mai di essere preti, né mafiosi”(Falcone G, Padovani M., Cose di cosa nostra, BUR Rizzoli, Milano 1991).

     

     Pertanto Il fenomeno mafioso è da considerarsi non soltanto come una anti-cultura, ma dal punto di vista religioso anche come un fenomeno  anti-cristiano.  Don Aniello Tortora, parroco della Diocesi di Nola, così si esprime in proposito:  “La mafiosità rappresenta, rispetto all’evangelizzazione, un vero e proprio contro-progetto, che persegue interessi e scopi programmatici diametralmente opposti a quelli della comunità ecclesiale e rappresenta perciò un oggettivo e formidabile impedimento per la salvezza integrale dell’uomo” (Don Aniello Tortora-Sergio Beraldo, Chiesa e Mafia, in: ilmediano.it, 12.03.2010).

Don Pino Puglisi

     Che di un vero e proprio progetto anti-cristiano si tratti è dimostrato anche dall´ uccisione di Padre Puglisi, avvenuta il 15 settembre del 1993:  “Don Puglisi era un normalissimo parroco che lavorava nella sua azione pastorale anche contro gli avvertimenti e le minacce dei mafiosi, che ebbe numerosi prima della sua uccisione. La mafia ha ucciso don Pino perché la sua logica è incompatibile con quella del Vangelo”, cosí scrive Monsignor Bertolone (Don Puglisi, il prete ucciso dalla mafia perché non aveva nessun padrino, ma solo un Padre celeste, di Michele Pennisi in Tempi. It, 20.08.2013). 

    

     La Mafia è un progetto terribile di morte, ma non è invincibile!  « La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio, e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave (…).” (Da un´ intervista su  Rai Tre.  Giovanni Falcone, magistrato italiano ucciso il 23 maggio 1992, sull´autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci a pochi chilometri da Palermo). Un fenomeno serio e molto grave che deve far risvegliare le coscienze!  Monsignor Galantino intervistato da Radio Vaticana cosí commenta le parole del Papa: “le parole di scomunica ai mafiosi, in quanto adoratori del male, richiamano tutti a un esame di coscienza sull´ indirizzo che diamo alla nostra esistenza (…) Penso che questo invito a risvegliare le coscienze a tener deste le coscienze, sia un invito sostanzialmente radicato nel Vangelo.” (´Avvenire). 

    

    La mafia non si nutre solo di omicidi, di soldi, di malaffare e di prepotenza, ma anche di coscienze addormentate. L´appello del Papa é in definitiva un invito forte a iniziare un vero e proprio cammino di liberazione per dire no al male – alla mafia -  che per essere efficace deve necessariamente comprendere tre tappe: la conversione, il rifiuto dell´ omertá ed una testimonianza cristiana piú autentica.

    

    La conversione personale
    
    Per convertirsi occorre cercare il confronto con la Parola di Dio per farsi illuminare la coscienza. La parola di Dio illuminando la coscienza fa scoprire quegli atteggiamenti che in noi sono presenti e che si connotano come antievangelici, come ad esempio la volontà di potere sugli altri che senza ombra di dubbio può instaurare  un regime mafioso attorno a se stessi. Gesù, non ha cercato di esercitare il suo potere su coloro che incontrava, bensì di aiutare gli altri a rafforzarsi  nel bene, nella carità fraterna, nella comunione, nella figliolanza divina. Se ci si mette dunque in cammino sulla strada della propria conversione, si è compiuto già il primo passo per dire no alla mafia…in se stessi. 

 

    Rifiutare l´omertà

    Il secondo passo a questo punto diventa inevitabile: rompere le catene degli atteggiamenti mafiosi attorno a sé. Ciò significa soprattutto rompere il silenzio:

l´ omertà. Fare silenzio dinanzi ad una ingiustizia, ad una calunnia, ad una bugia, significa rinunciare alle proprie responsabilità, e in ultima analisi rinunciare alla propria libertà. Chi fa silenzio ha rinunciato alla sua libertà di parlare e si fa complice di atti compiuti da altri a danno di coloro che non possono difendersi, perché non ne hanno la forza, o non sanno da chi o da cosa difendersi. Chi fa silenzio, rinuncia alla sua libertà, addormenta la propria coscienza e diventa schiavo e complice di coloro che agiscano con prepotenza, ingiustizia, e violenza. L´ omertà è il terreno fertile che incoraggia, e suscita comportamenti mafiosi. Fare silenzio significa fare terra bruciata attorno ad una persona, una istituzione, una comunità ecclesiale e lasciarla in balia della prepotenza mafiosa. Chi si decide per il silenzio guarda anzitutto al suo interesse personale: ma chi me lo fa fare? Ecco allora che l´ omertoso mette in atto una logica anti evangelica. Diventa mafioso lui stesso! Non è questione di coraggio, che può mancare è  vero, o di paura, che ci può essere; ma un cristiano sa dove attingere la forza, e sa nella sua fantasia, dettata dall´ amore fraterno, trovare i modi per intervenire. 

    

    La testimonianza

    

    Dalla conversione personale sgorga anche la Testimonianza cristiana chiara e decisa. Il cristiano non ha più paura di parlare e trova il coraggio di testimoniare la sua fede nella famiglia, nel suo quartiere, nella comunità ecclesiale, nel mondo del lavoro, rifiutando qualunque  atteggiamento mafioso  e  contribuendo così  alla costruzione di una comunità  cristiana più bella e di una società civile più serena dove ogni persona ha la possibilità di sviluppare le sue doti a servizio del bene comune. Non si tratta di diventare cristiani antimafia, ma di iniziare un cammino di conversione capace di scardinare la mafiosità  dall´ interno per distruggerla. Non è facile, ma dice Papa Francesco: “la fede ci puo´ aiutare”. 
    
    Il cammino di liberazione e purificazione oltre che personale deve essere anche comunitario e cosí a livello diocesano e parrocchiale, stimolati dalle parole del Papa, sono state avviate riflessioni e verifiche pastorali. Si respira insomma un´aria di rinnovamento ed aumenta il desiderio di vivere una vita cristiana piú autentica e piú capace di contrastare la mafia, e tutto ció che puó favorire atteggiamenti mafiosi anche all´interno delle comunitá.  

    

    Infatti anche nelle comunità  può esserci il rischio di far transitare atteggiamenti mafiosi e allora bisognerá avere il coraggio di individuarli per combatterli e avviare un cammino di conversione.  In una verifica della Parrocchia di San Giuseppe a Scalea (Cs) sí scrive in proposito: “Il Santo Padre, rivolgendosi ai cristiani di Calabria chiede di essere coraggiosi assertori del bene e del rispetto, di fare frontiera contro la cultura e la civiltà del male che è orientata al malaffare e alla sopraffazione (…), anche nelle nostre comunità parrocchiali, corriamo i rischio di far transitare atteggiamenti mafiosi, quando si cerca di primeggiare a tutti i costi generando e operando ogni male nei confronti dei fratelli, semplicemente perché non la pensano come noi, che vorrebbero proporre un modo diverso di essere Chiesa o, peggio, quando si perseguono interessi personali nei luoghi resi preziosi per la presenza del Signore da testimoniare nella gratuità e nella solidarietà. Anche le nostre sacrestie, gli ambienti parrocchiali hanno bisogno di essere purificati da atteggiamenti che non testimoniano l´amore di Cristo, troppo spesso proprio in coloro che vivono quotidianamente a piú stretto rapporto con Gesú” (parrocchiasangiuseppescalea.it).  

La Parrocchia San Giuseppe di Scalea è solo un esempio, tra tanti, che indica un cambiamento di direzione  in atto all´interno della chiesa.


    A dire il vero la spinta alla conversione e alla purificazione nella Chiesa per contrastare la mafia era stata avviata giá da Giovanni Paolo II, che nel suo discorso a braccio nella Valle dei Templi (9 maggio 1993)  chiamerá la mafia una civiltá di morte e inviterá i mafiosi a convertirsi. Da quel momento qualcosa sembrava iniziasse a muoversi nella Chiesa, che per troppo tempo e in varie occasioni nel passato non era intervenuta in modo adeguato sulla questione mafiosa. 

    

    Quando peró sette anni dopo il grido di condanna di Giovanni Paolo II, alcuni Vescovi italiani, in occasione dell´uscita del Nota Pastorale della CEI su Chiesa e Mezzogiorno (Febbraio 2010), commentano il contenuto della Nota Pastorale e riflettono sul rapporto tra Chiesa e criminalitá organizzata, l´immagine di Chiesa che ne viene fuori non è proprio tra le piú esaltanti. 

    

     Ritenendo che la lezione di Giovanni Paolo II alla Valle dei Templi e il suo grido contro le mafie non sia stato accolto fino in fondo, Monsignor Domenico Mogavero, Vescovo di Mazzara del Vallo commenta: «Non tutti siamo sulla stessa lunghezza d’onda. Non abbiamo avuto il coraggio di dirci la verità per intero, siamo noi i primi a non essere stati nemici della corruzione e del privilegio. Non va moralizzata solo la vita pubblica, ma anche quella delle nostre chiese. E la parola terribile "collusione" deve far riflettere anche nelle nostre comunità» (Alberto Bobbio Famiglia Cristiana, 14 marzo 2010). 

Padre Diana

     Quanto fossero vere le considerazioni di Monsignor Mogavero l´ha dimostrato l´omicidio di due sacerdoti: Don Pino Puglisi (15 Settembre 1993) e Don Peppe Diana (19 marzo del 1994) che hanno sigillato con la loro vita la non conciliabilitá di una vita cristiana autentica con la mafia.  Due sacerdoti, in due regioni diverse: Don Pino Puglisi in Sicilia, nel quartiere Brancaccio di Palermo, Don Peppe nel suo paese natale a Casal di Principe in Campania. Si tratta di due sacerdoti che hanno preso a cuore le comunitá che sono state loro affidate e che hanno cercato di fare crescere nell´ amore verso il Signore.

L´amore per il Signore è peró esclusivo e questo ha fatto si´ che entrambi abbiano dovuto prendere posizione e affermare con chiarezza nel contesto in cui si trovavano che la vita cristiana e civile esclude l´appartenenza alla mafia, e qualunque atteggiamento mafioso. 

    

     Purtroppo sono stati lasciati da soli nella loro azione pastorale non solo dal mondo civile, ma anche dalla gente delle proprie  comunitá  e dalla  Chiesa di cui pur facevano parte. Nel caso di Don Pino Puglisi Mario Lancisi riporta queste testimonianze nel suo libro: “ (Padre Puglisi) È stato abbandonato sicuramente sia dalla Chiesa che dallo Stato. Dalla Curia e dal mondo cattolico non veniva mai nessuno a Brancaccio. Eravamo soli, con nessuno a cui fare riferimento - racconta a Lancisi Suor Carolina Iavazzo - Ci ignoravano (…) per il fatto che noi portavamo problemi. E per la mafia questo è stato sicuramente un messaggio forte, preciso. Era un messaggio muto. E don Gregorio Porcaro, all’epoca viceparroco (…) ricorda la diffidenza degli altri preti palermitani nei confronti di quel parroco che cercava guai. Pino Martinez:  So, e me lo fece capire padre Puglisi, che c’era una volontà di impegnarlo anche nel pomeriggio o comunque di allontanarlo da Brancaccio quanto prima. Lui però mi disse che non aveva intenzione di andare via dal quartiere (…)eravamo completamente isolati, - conclude Martinez, sulla scia di Falcone. (…) Una solitudine, quella di padre Puglisi, che interpella le responsabilità delle istituzioni, ma anche quelle della Chiesa e dei cristiani, aggiunge l’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli”. (Mario Lancisi,  La solitudine di don Puglisi, presentazione di Luca Kocci dell'agenzia ADISTA  5 luglio 2013). 

    

     Anche Don Peppe Diana fu lasciato da solo e non ebbe tutto il sostegno da parte della stato  e della Chiesa come invece avrebbe dovuto avere. E quando si viene lasciati da soli iniziano i problemi: “ Lo spiegava anche Giovanni Falcone a Marcelle Padovani, nel libro intervista Cose di Cosa Nostra, poco prima di essere ucciso egli stesso: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno». (…)”(Luca Kocci, Adista 5 Luglio 2013).  

    

     Don Pino e Don Peppe con il loro sacrificio hanno spezzato, come dice Monsignor Bertolone, per sempre il legame sia pur apparente, tra la mafia ed il cristianesimo (…) e concorrono allo smascheramento dell´ ateismo pratico e della pseudoreligiositá dei mafiosi e di tutti coloro che pur cristiani per il battesimo ricevuto ma rinserrati in un fideismo troppo accomodante verso i poteri iniqui del mondo, se ne fanno complici per via della loro sostanziale indifferenza pratica al male (…). (Intervista a Mons. Vincenzo Bertolone, Don Puglisi presto beato e martire di mafia in: Adista, 2012, n.12).
    
    Quando una comunità, in cui il parroco viene ostacolato o peggio ancora minacciato gravemente perché lavora per la sua comunitá  e vuole impedire che atteggiamenti mafiosi influiscano sulla vita comunitaria di tutti, abbassa lo sguardo, si chiude le orecchie, e lascia il proprio parroco da solo, deve essere chiaro a tutti,  che essa – la comunitá - non agisce secondo la logica del vangelo, ma secondo logiche mafiose. Questa situazione purtroppo si è verificata per Don Pino Puglisi e Per Don Peppe Diana e deve fare riflettere.  Laddove infatti dovesse rendersi evidente una anti - cultura mafiosa, un parroco non può e non deve “chinarsi” perché ha una  responsabilità ministeriale e pastorale nei confronti della comunità  che gli è stata affidata, e la comunità cristiana non puó nascondersi dietro un velo omertoso perché  perderebbe la sua libertà, e la sua forza di contrasto nei confronti del male perdendo così  anche la sua capacità di testimoniare il vangelo. Se in una comunità non ci si accorge del terribile e grave danno che la anti - cultura mafiosa provoca alla propria identità cristiana, allora vuol dire che si è persa la sensibilità per la Parola di Dio, la percezione della libertà cristiana, e conseguentemente il desiderio e la gioia di testimoniare la propria fede. 

    

     Papa Francesco non si rivolge solo ai fedeli, ma anche ai sacerdoti,  ai vescovi e a tutti coloro che esercitano un ministero all´interno della Chiesa chiedendo loro di spendersi perché il bene possa prevalere. Lo aveva giá fatto nel natale del 1991 Don Peppe Diana: “(…) Ai preti nostri pastori e confratelli chiediamo di parlare chiaro nelle omelie ed in tutte quelle occasioni in cui si richiede una testimonianza coraggiosa. Alla Chiesa che non rinunci al suo ruolo “profetico” affinché gli strumenti della denuncia e dell'annuncio si concretizzino nella capacità di produrre nuova coscienza nel segno della giustizia, della solidarietà, dei valori etici e civili.”(Per amore del mio popolo, Forania di Casal del Principe, Natale 1991). 

  

      Si dovrebbero allora avviare riflessioni e strategie che aiutino a riconoscere e a bloccare l´ influenza che eventualmente il fenomeno mafioso potrebbe esercitare anche nelle strutture ecclesiali tedesche. Ciò non solo è possibile, ma è già successo in Italia e dovrebbe essere considerato come un monito. Laddove ci sono infatti strutture di potere, di qualunque natura esse siano, la possibilitá  che si diffondano atteggiamenti mafiosi è sempre alta anche per la chiesa. Il rischio è per lo meno plausibile e andrebbe considerato: in Italia, come in Germania e in tutto il mondo. Papa Francesco lanciando il suo appello ha indicato la direzione da seguire. Ai cristiani e a tutti gli uomini di buona volontá adesso il compito di intraprendere il viaggio!

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